…Conoscendo Elisabetta Polezzo, Responsabile Culturale dell’ Acquario Civico di Milano

Buongiorno Ragazzi!

Conoscete l’Acquario Civico di Milano? È in via G.Gadio 2, ve lo mostro:

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All’interno di questa bellissima palazzina Liberty, ci sono acque sconosciute e non, tra cui quelle che ci interessano, ovvero quelle dall’arte! Ad occuparsi degli eventi culturali troviamo Elisabetta Polezzo, una donna brillante e simpatica, una persona appassionata d’arte…come non intervistarla?

Ecco a voi i suoi occhi, come sempre, e la sua intervista:

particolare ritratto Elisabetta© Daniela Cavalloparticolare ritratto Elisabetta© Daniela Cavallo

Mi son permessa di sottolineare alcuni punti di questa interessante intervista:

Elisabetta, in cosa consiste la tua professione?

La mia è una professione un po’ difficile da definire. In generale si potrebbe dire che mi occupo dell’offerta culturale dell’Acquario civico di Milano, mostre comprese ma non solo.

Ci racconti brevemente qual è la tua formazione?

Come dice Mr. Prinklepants, uno dei giocattoli di Toy Story 3, ho sicuramente una formazione classica. A parte gli scherzi, ho frequentato il liceo classico e ho poi proseguito con Lettere classiche all’Università. Questo potrebbe suonare noioso ma in realtà non lo è. In primo luogo perché la civiltà classica contiene già una parte consistente di quel che un tempo si definiva “droga, sesso e rock’n roll” con l’esclusione del rock’n roll evidentemente. In secondo luogo perché studiando quel periodo hai la possibilità di leggere la storia, europea almeno, proprio dall’inizio, di osservare la nascita dell’idea di politica, di filosofia, di arte. Un “once upon a time” molto particolare. Detto questo qualcuno potrebbe pensare che la nostra civiltà, il nostro modo di pensare sia la diretta risultanza della civiltà classica ma in realtà questo è vero solo in parte. il mondo degli antichi era molto diverso dal nostro, il loro sistema di valori di riferimento abissalmente lontano da quello odierno. Attinenza e diversità dunque per uno studio a volte difficile ma sempre affascinante. 

Come si gestisce un evento culturale pubblico, e quale intento lo differenzia da uno privato?

Esiste una differenza sostanziale che consiste nella minor preoccupazione economica. Non che questa non sia presente anche nel pubblico ma qui non è predominante perché il fine ultimo non è vendere e fare cassa con la cultura. Questo a volte è un innegabile vantaggio perché ti lascia una maggior libertà di scelta ma, d’altro canto, avvalora la tesi, sbagliata e tutta italiana, che con la cultura non si possa far denaro. Si potrebbero invece studiare modi per avvicinare proficuamente questi due mondi, senza perdere di vista le reciproche peculiarità. Solo in parte viene già fatto ma é ancora troppo poco.

Cosa è per te l’arte?

Ho pensato spesso ad una definizione convincente di arte. Tra le tante mi colpisce molto quella di Emile Zola secondo cui “un’opera d’arte è un angolo della creazione visto attraverso un temperamento”. Aggiungerei che per chi, come me, non è artista l’arte rappresenta un utilissimo esercizio di umiltà intellettuale. Di fronte ad un’opera occorre abbandonare se stessi per farsi prendere per mano da un’altra individualità, per percorrere un altro cammino. Nei casi più felici ritrovi alla fine ciò che pensavi di avere perso e cioè te stesso. 

Qual è la mostra che ti ha colpito di più negli ultimi tempi?

Direi due. Una, in Italia a Palazzo Reale, dedicata a Egon Schiele e al suo tempo. Un formidabile affresco della felix Vienna con la colonna sonora di uno dei più grandi musicisti del Novecento: Gustav Mahler. L’altra, sempre nel 2010, a Bruges intitolata “Da Van Eyck a Durer, i Primitivi fiamminghi e l’Europa centrale, 1430-1530” con oltre trecento opere esposte. Amo da sempre i primitivi fiamminghi e vederne così tanti in una volta sola mi ha provocato una sensazione fortissima.

Cosa pensi riguardo al rapporto che esiste oggi tra il web e la dimensione contemporanea dell’arte?

Penso che occorra osservare quel che succede e semplicemente adeguarsi. Come ha detto Roberta Donato in una precedente intervista esistono ancora molte potenzialità inespresse nell’utilizzo del web ma la direzione è quella giusta soprattutto per quanto riguarda la comunicazione di eventi artistici. Appartengo alla generazione di chi ha trascorso qualche anno di lavoro senza avere ancora disposizione ad esempio la posta elettronica e so pertanto che l’utilizzo della rete è oggi indispensabile e inevitabile come le maree. Credo che il cartaceo dovrà ritagliarsi uno spazio tra i collezionisti o gli amatori del genere. So che per alcuni il catalogo d’arte, tanto per fare un esempio, deve essere necessariamente cartaceo ma in un mondo come quello dell’arte contemporanea, in cui il video che ritrae la performance è parte dell’opera stessa o addirittura ne è l’unica espressione, risulta difficile pensare ancora al cartaceo come unica fonte di riproduzione. Vedo in questo una grande opportunità ma anche un concreto rischio che è quello della superficialità: per esperienza personale essere bombardata da troppi stimoli non sempre ti porta ad una efficace selezione. Talvolta ti limiti ad una scorsa veloce e non dai tempo alle cose di sedimentarsi.

Cosa auspichi per l’Acquario di Milano?

L’Acquario di Milano è un esperimento unico in città. Da anni ne abbiamo voluto fare un luogo ideale dove scienza e arte possano non dico sposarsi ma almeno mettere consistenti premesse per un fidanzamento. Fuor di metafora il nostro intento è quello di diventare sempre di più un luogo in cui attraverso l’arte si possa riflettere sulla natura, senza per questo perdere la vocazione eminentemente scientifica che deve continuare ad informare di sé la vita dell’Istituto.

L’acqua nella tua vita e nella tua professione? C’è un legame?

Sono capitata all’Acquario per caso, molti anni fa e senza alcuna connessione con una mia presunta “natura acquatica”. In realtà l’acqua come elemento mi piace molto, ne ho un gran rispetto e, talvolta, una gran paura. Nel corso degli anni per forza di cose l’ho studiata sotto vari aspetti e davvero mi sono resa conto di quanto essa abbia influenzato la storia di intere civiltà.

Qual è il tuo piatto preferito?

Non ho un piatto preferito. Mi definirei onnivora e ondivaga. Ho piatti preferiti che durano una settimana e altri che mi piacciono da sempre. In campo culinario, come in altri campi, quel che cerco è il cambiamento, il nuovo stimolo.

Esistono ancora dinamiche discriminanti nel poter essere una professionista donna?

In una struttura pubblica è molto difficile che si verifichino discriminazioni evidenti. Siamo tutelate, almeno apparentemente, da una serie di regole che ci consentono di avere le stesse opportunità. Semmai il problema è a casa, quando devi decidere quanto tempo potrai dedicare alla tua professione.

Il tuo intellettuale preferito?

Il mio intellettuale preferito è costituito da pezzi di diversi personaggi. Molto tempo fa avrei detto Thomas Mann per il suo ruolo di voce libera durante il periodo nazista  in Germania, oltre che naturalmente per la sua straordinaria capacità di scrittura. Per lo stesso motivo direi Wislawa Szimborska, la poetessa polacca recentemente scomparsa, che ho amato profondamente. Mi piacciono in generale gli intellettuali che sono fedeli alla loro vocazione e che trovano il modo di convivere con la realtà ricordandosi qual è il proprio ruolo.

Chi vorresti ringraziare e per cosa? 

Mio marito sopra ogni altro. Senza di lui sarei diversa perché un rapporto duraturo cambia anche quel che ritenevi immutabile. A volte in meglio.

Come si coniuga l’esser madre e l’essere una professionista del tuo livello?

Per formazione ho una visione del mondo “in progress” e sono quindi convinta che la realtà che si trovano a vivere le mie figlie sia sostanzialmente diversa da quella che ho vissuto io alla loro età. Ho due figlie femmine e un maschio ma la mia preoccupazione è più rivolta alle ragazze cui dico sempre che un equilibrio perfetto tra il ruolo di madre e quello di professionista non esiste e che ciascuna donna se lo deve creare da sola; aggiungo comunque che non bisogna mai rinunciare ai propri sogni e a quel che si è per nessuna ragione al mondo. Il rapporto con la madre è fondamentale per ogni bambino piccolo ma nel mio caso ci sono state opportunità diverse e diverse decisioni a seconda del figlio. L’ultima nata ad esempio ha avuto un po’ meno mamma e un po’ più fratelli e nonni ma è andata bene così. Quel che aiuterebbe le donne sarebbe la possibilità di un impegno lavorativo stabile ma modulabile sulle diverse fasi della loro vita.

Racconti ai lettori di questo blog come ci siamo conosciute io e te?

La prima volta che ti ho vista è stata nello studio di Mauro Mariani che allora dirigeva l’Acquario. Gli stavi presentando il progetto che sarebbe poi diventato “Love is water”. Ricordo di essere rimasta colpita dalla tua sicurezza, dal tuo entusiasmo, dalla tua giovane età nonché dalla qualità del tuo lavoro. Non necessariamente in quest’ordine!

Ma Grazie! Prossimi progetti?

Ci è stato chiesto di avviare una riflessione sul rapporto che lega il nostro Istituto alla città di Milano. Tema che ci riporta alla fondazione dell’Acquario nel lontano 1906 e in generale a quel clima di fattivo ottimismo che ha caratterizzato l’inizio del secolo scorso. Molto stimolante. 

In quale colore ti piacerebbe pensarti immersa in questo momento?

I colori mi piacciono tutti ma confesso di non sapere resistere al fascino del rosso.

Grazie Elisabetta! Ragazzi, è bello sapere a mio parere,  che anche nel pubblico ogni tanto si scoprono acque limpide e aperte a nuovi Ecosistemi!

Ci vediamo domani per il “Buon WeekEnd”!

Dani

 

 

 

 

 

 

 

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