Conoscendo Mona Lisa Tina…

 

©Mona Lisa Tina

©Mona Lisa Tina

Ciao Mona Lisa, spiegheresti agli amici del nostro blog che cos’è la performance nell’arte contemporanea e come ti poni rispetto al teatro ( che differenza c’è tra un attore e un performer, aiutaci a capirlo)?

Ciao Daniela, ti rispondo con piacere. Il linguaggio della Performance Art è una modalità espressiva le cui origini sono da ricercare all’interno di quel fenomeno artistico chiamato Body Art, anche se non esiste una data precisa che attesti la sua nascita. Sappiamo infatti che le manifestazioni legate a questa sensibilità, che utilizza e sfrutta tutte le possibilità espressive del corpo, nascono dal superamento di alcuni dati acquisiti dalle avanguardie artistiche, come il Dadaismo e il fenomeno Fluxus, considerati dagli storici come i movimenti precursori di tale linguaggio. Di certo, siamo tutti d’accordo nel definire ipoteticamente l’autonomia del linguaggio performativo dalla fine degli anni Sessanta in poi, sia in Europa, sia in California. Da quegli anni ad oggi, il linguaggio performativo ha cambiato veste con molta flessibilità, integrando ed elaborando il carattere socio-culturale del contesto in analisi, adeguandolo ogni volta alla sensibilità creativa del singolo artista. Rispondendo però alla tua domanda, credo che la performance sia una costruzione fisica e mentale nella quale l’artista si pone davanti al pubblico.

La performance, a differenza della pièce teatrale, non è qualcosa che si recita, non obbliga l’artista ad assumere il ruolo di un altro, ma è un’opera che si rende assolutamente necessaria nella misura in cui favorisce un flusso di energia che da fisica diventa cerebrale e dove il pubblico ha un ruolo di estrema importanza. Nella performance non esiste un copione e non si conosce a priori il suo esito. Durante lo svolgersi di un’azione performativa, come ho già sperimentato in più occasioni, è possibile che avvengano piccoli “imprevisti”, che possono modificare l’azione, ma che proprio per la peculiarità del linguaggio performativo, diventano parte integrante del lavoro. L’unico elemento veramente importante per iniziare, è avere bene chiaro in mente che cosa si vuole fare, per il resto, credo che la performance sia un’opera aperta. Per quanto mi riguarda, la presenza del pubblico mi infonde energia, quella stessa energia che diventa veicolo di comunicazione, in una dimensione di scambio emotivo e di tensione unica ed eccezionale – in quel particolare momento, con quei fruitori e in quel luogo. La materia emotiva che si viene a creare ha una forza, in termini di intensità, molto concreta e paradossalmente quasi tangibile. È energia creativa, vitale, che è di stimolo per nuovi progetti.

Grazie! Che cos’è per te l’arte?

L’arte è uno strumento di comunicazione molto forte tra me e l’esterno; è l’unica strategia che io conosco, in grado di sostenermi veramente, senza filtri e senza resti, che mi consente di prendere parte alle danze del mondo, straordinariamente
ambivalenti, ma forse interessanti e arricchenti proprio per queste sue peculiarità.

Che cosa rappresenta la performance nella tua vita?

La performance è la mia vita, poiché tutta la mia indagine artistica trae ispirazione
dai miei vissuti, incluse le esperienze legate al mio essere arte terapeuta. Come sai, oltre ad essere artista visiva, lavoro in contesti clinici estremi (con adulti e bambini affetti da patologie gravi e a volte irreversibili). Si tratta di dimensioni di assoluto
dolore, in cui gli equilibri psicofisici della persona sono seriamente compromessi
dalla patologia. Attraverso trattamenti di arte terapia individuali e/o di gruppo,
mediante l’utilizzo di materiali artistici e di tecniche espressive, sostengo e promuovo
le risorse psicologiche delle persone che di volta in volta incontro. All’interno di un
percorso terapeutico delicatissimo, il paziente è stimolato nel processo creativo e
incoraggiato a dare forma ai propri sentimenti, anche quelli più difficili, così da poter
essere accompagnato in un processo di integrazione. La mia personale indagine artistica mi permette, a sua volta, di elaborarne ulteriormente i contenuti. Quindi, concludendo e rispondendo alla tua domanda, se da un lato, nei progetti performativi è possibile ritrovare citazioni e riflessioni che rimandano al senso di perdita, di contenimento e di trasformazioni positive (vedi le performances Human, Into thecore o Sguardi corporei), dall’altro, nello svolgimento di un’azione desidero aprire con il pubblico un momento di riflessione collettiva, che può accogliere aspetti
dell’esistenza anche profondamente sconvolgenti per la loro drammaticità, come nel
caso della malattia irreversibile.

Veramente intenso…Che cos’è per te la bellezza?

La bellezza per me è una istanza emotiva radicata nell’essere, che si esprime
attraverso la relazione armoniosa e ben integrata della sua dimensione psichica,
emotiva e corporea. Si tratta di un processo di consapevolezza profonda di noi stessi
che, in ogni caso, è un percorso evolutivo costantemente in progress e a cui tutti
dovremmo ambire. Quanto più la persona sarà consapevole delle sue peculiarità
caratteriali e identitarie e avrà affinato una capacità empatica di relazionarsi con il
mondo, in modo autentico e trasparente e al tempo stesso rigoroso e centrato, tanto
più essa apparirà, agli occhi di chi la guarda, bella e armoniosa, nel senso
assolutamente opposto al concetto di bellezza che la cultura dominante ci impone.
Siamo esseri di luce e di saggezza da sempre.

Un consiglio ai giovani performer che vogliono intraprendere
questa strada?

Ragazzi, equipaggiatevi di tanto studio, umiltà, curiosità e determinazione!

Cosa “vende” un performer?

Effettivamente la performance ha in sé (ed è anche la sua forza!) questo carattere
apparentemente effimero dell’evento che si compie una volta per tutte: è per sua
natura qualcosa che non può essere esposto e venduto o mostrato
successivamente, dopo la sua esecuzione. Voglio dire che la stessa performance
può, sì, essere riproposta di nuovo in un altro contesto (gallerie private, musei, centri
di ricerca per le arti visive) ma si tratterà in ogni caso di un’altra cosa, con un altro
pubblico, e creerà sinergie e condizioni di relazioni molto differenti. Restano dunque
in mostra, offerte a fruizione postuma, solo delle tracce, fatte di oggetti, interventi
audio e installazioni luminose, come nel mio caso. Ma a ciò si deve aggiungere il
lavoro di post produzione, che consiste nella selezione delle foto e dei video più
rappresentativi dell’azione. Essi opportunamente preparati, diventano materiale
interessante per la vendita, collocandosi nel sistema più istituzionale dell’arte come
una proposta a se stante, indipendentemente dal progetto originario.

Qual è il tuo piatto preferito?

Il gateau di patate.

C’è qualcuno che vorresti ringraziare?

Ringrazio tutte le persone che ho incontrato fino ad ora che hanno contribuito al mio
percorso di crescita umano e professionale e tutte quelle che avrò il dono di conoscere in
futuro.

Prossimi progetti, cosa stai preparando?

Per il futuro ho molti progetti in cantiere: tra questi eventi personali e collettivi,
partecipazioni a fiere di arte, in Italia e all’estero, intervallate da conduzioni di seminari sui
linguaggi performativi, e workshops  in collaborazione con differenti professionisti, legati sia
al mondo dell’arte, sia al mondo dell’arte terapia. A proposito di workshop: approfitto di
questa bella vetrina per segnalare ai lettori che questo sabato, 16 Novembre, presso Spazio Ausonio a Milano, condurrò un laboratorio sul tema dell’identità, in collaborazione con Giovanni Castaldi (psicoanalista e psicoterapeuta). Si tratta di un’esperienza creativa
stimolante rivolto a chiunque sia interessato a riflettere e ad approfondire il rapporto con la
propria identità e il proprio Corpo, attraverso materiale fotografico personale, l’utilizzo
della tecnica del collage, dei linguaggi visivi – dall’installazione alla performance – con
modalità di conduzione specifiche dell’Arte Terapia. Per partecipare al workshop non sono
richieste competenze artistiche e performative perciò, avanti tutta: sono rimasti ancora un
paio di posti disponibili! Se ci fosse qualcuno interessato scrivete a : monalisatina77@yahoo.it
oppure a info@arteterapiamilano.it.

Esistono ancora dinamiche discriminanti nel poter esser una
professionista donna?

Credo di sì, da quanto emerge dai racconti di qualche collega, ma non posso parlare
per esperienza diretta; certo è che nonostante siamo ormai quasi nel 2014, la
società presenta ancora aspetti prevalentemente maschilisti e sessisti.

Sono totalmente d’accordo con te, tra l’altro sei la prima ad ammetterlo, sembra quasi che ci si vergogni ad ammettere questa palese discriminazione. In quale colore ti piacerebbe…”nuotare” in questo momento?

Nel blu, il mio colore preferito.

Grazie!

Sono io a ringraziare te per questa bella opportunità di esprimermi e
condividere con i lettori del blog,  le mie riflessioni.

Ragazzi, mi sento un po’ più colta dopo quest’intervista,  grazie Mona Lisa!

Allora,  io in questo perido sto svolgendo anche un altro lavoro, (meno male…un po’ di “cashi”) e sono un po’ presa, ma ho visto dai grafici che gradite molto le interviste e ho deciso di dedicarmi per un po’ solo a quelle, chiacchiererò per voi sempre con gente interessante dell’arte e dintorni!

©M.L. Tina

©M.L. Tina

Ci vediamo venerdì prossimo! Con un’intervista diversa…incredibile, scommettiamo  che vi sorprendo?

Un bacio!

Dani

😉

 

 

 

 

 

Share Button

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *